I castelli della Borgogna

4° giorno

Château de Commarin
La signora ci riconcorre nel parco per dirci di passare dove c’era scritto di non entrare.
Ha trovato gli unici italiani che rispettano le regole alla lettera e, probabilmente, non credeva ai suoi occhi!
Il castello offre solo visite guidate (in francese) e, per chi non capisce la lingua del posto, pratici fascicoli scritti con l’avvertenza che quello che si legge non corrisponde a ciò che si vede, perché gli oggetti vengono spesso spostati e le stanze riarrdate. Quindi preparati alla caccia al tesoro.
Abbiamo visto solo il giardino.

L’ingresso tra i due leoni che ad ogni ex studente della Bocconi non può che ricordare l’ingresso del celebre ateneo dove, se ci passi attraverso, vieni condannato a sicuri fallimenti universitari (“Se passi tra i leoni non ti laurei più”).
Ma io l’Università l’ho finita da diversi lustri, quindi posso passare tra i leoni senza troppi pensieri oscuri.

Château de Sully

Vi starete chiedendo come mai non scrivo nulla di questo castello. Il motivo è semplice: non ricordo se ci sono entrata oppure ho visto solo l’esterno. Non ricordo alcun aneddoto sulla sua storia o della mia visita. Ricordo di esserci stata, ricordo di aver guardato il fossato coi suoi pesci e l’acqua putrida, ma null’altro di cosa potrebbe essere successo qui.

Autun
Autun potrebbe essere definita la città fantasma.
Una cattedrale affascinante vista con le luci del tramonto che gli danno quell’aria un po’ misteriosa che, abbinata alle guglie e allo stile architettonico, fanno pensare subito alle storie di fantasmi, maledizioni e legende della paura.
A tutto questo si affiancano i negozi e le attività commerciali chiusi. Alcuni per le festività nazionali (in Francia è festa dal ponte dei Santi all’11 novembre, quando si festeggia l’armistizio della prima guerra mondiale), altri per fallimento.
Il risultato è che ti aggiri tra vie deserte con famiglie travestite da Halloween a caccia di dolcetti. Tavolini dei bar lasciati in piazza come se gli abitanti fossero fuggiti via di fretta, lasciando le cose come le stavano usando in quel momento. Noi siamo abituati a tavolini e sedie incatenati, per evitare che finiscano per arredare gli spazi esterni delle case degli abitanti della città.
Due bar degli anni ’60 aperti, gli unici dei dintorni. Coca Cola speziata di fattura francese venduta patriotticamente come “migliore di quella americana” e cioccolata fatta col Nesquik.

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