Halloween è passato, finalmente possiamo festeggiare i morti

Per qualche strana ragione, ho sempre considerato il 1° novembre il giorno dei morti.

Ma non credo di essere l’unica perché è abbastanza usuale sentire frasi come “Cosa fai ai morti?”… a parte la forma estremamente colloquiale della frase (uno straniero potrebbe credere che siamo soliti fare strani riti ai corpi dei defunti, invece intendiamo semplicemente “Che programmi hai per il 1° novembre” o, al massimo, “per il ponte di Tutti I Santi”).

Già, lo so, il 1° novembre è la festività di Tutti i Santi, mentre la commemorazione de morti è il 2.

Ma fin da piccola il 1° andavamo al cimitero. Ed era bello andare al cimitero perché ci ritrovavamo con tutti i cuginetti e, insieme, si andava a Greco dove c’era la nonna che nessuno di noi aveva conosciuto (è morta nel 1970). Infondo non avevamo conosciuto nemmeno il nonno paterno (morto nel 1950), quindi andare al cimitero per noi significava andare alla fiera che facevano nel quartiere, comprare la frittella ed un giocattolo nuovo. E poi: niente scuola!

Fonte: web

Poi, quando avevo circa vent’anni, è arrivato Halloween con le sue zucche e non si andava più alla festa di Greco a mangiare la frittella, ma solo a trovare la nonna che, piano piano, ci rendevamo conto che per noi era una sconosciuta che ci faceva strano anche chiamare nonna.

Halloween era una scusa in più per uscire con gli amici e fare tardi. Le discoteche e i disco pub iniziavano a ricoprirsi di ragnatele (in molti casi erano autoctone, ma facevano decorazione) e noi ragazzi a travestirci per sentirci più vicini a quel mondo anglosassone che avevamo studiato sui libri di scuola.

Fonte: web

Della tradizione della festa non ce ne importava molto, quello che contava era stare fuori fino a tardi un’altra volta con gli amici. Ben venga allora anche Halloween.

Ma poi il 1° novembre si andavano a trovare i nostri morti.

Per tanti anni, per me, i morti sono stati quei nonni paterni che non ho mai conosciuto. Mio nonno è morto in un incidente sul lavoro nel 1950 a 46 anni, quando mio papà aveva solo 3 anni e nemmeno lui se lo ricorda. Di lui, Emanuele, so veramente poco. So che faceva tanti lavori per mantenere i suoi figli: al mattino si alzava presto per andare a caccia, poi di giorno faceva il falegname, si occupava dei pasti dei detenuti e la sera lavorava come elettricista al cinema. E proprio al cinema è morto cadendo dalla scala.

Non si sa bene come sia successo. È caduto ed è morto. Nessuna indagine per l’accertamento delle responsabilità, nel 1950 la sicurezza sul lavoro non esisteva.

Era un uomo sportivo. Era il portiere della squadra di calcio del paese, correva in bicicletta (faceva una tappa pugliese del Giro d’Italia, ai tempi i corridori locali si aggregavano alla carovana durante le gare nella loro regione) ed era pure un marciatore. Dubito si allenasse regolarmente, probabilmente aveva doti fisiche innate ereditate anche dai figli (basti pensare che mio padre, anche lui senza un giorno di allenamento nelle gambe, ma solo seguendo il suo istinto, è arrivato 6° ai campionati militari a livello regionale. I primi 5 erano tutti tesserati in qualche squadra sportiva e anche alcuni dietro di lui).

Mio nonno paterno

Nel 1950, quindi, mia nonna Rosaria si è trovata sola e (di nuovo) incinta con 8 figli dai 3 ai 19 anni. Quel bambino nella pancia non è mai nato. Il figlio maggiore, 17enne, è diventato il capofamiglia, ma chiaramente il reddito non era più quello di prima.

Mia nonna ha continuato ad occuparsi del cibo dei carcerati, impagliava le sedie e lavorava il tabacco (nel brindisino per tanto tempo si è lavorato il tabacco) aiutata anche dai figli più piccoli.

Nel 1960 si è trasferita a Milano dove erano già arrivati i figli più grandi e qui è morta nel 1970 consumata dalla vita. Era alta più di 1 metro e 60 e pesava solo 38 chili!

Mia nonna materna

I miei nonni materni, invece, li ho conosciuti entrambi. Facevano parte anche di una generazione diversa (i paterni erano nati entrambi nel 1904, i materni nel 1924-25).

Mio nonno Saverio nella sua vita credo si sia divertito parecchio. Faceva quello che voleva e mia nonna accettava. A modo suo era una persona libera e, infondo, anche un po’ ribelle.

Mi ha spiegato come farmi venire la febbre (senza stare male) per saltare la scuola. Mi portava in vespa in piedi davanti (senza casco, non era di moda) senza che mia nonna e mia mamma lo sapessero. Io ero piccola e non mi sono mai posta la domanda, fino a qualche anno fa… 3 o 4, non di più. Ricordo che una sera stavo chiacchierando con mia mamma di quando mio nonno mi portava in campagna e un giorno, quando avevo 5 anni, mi aveva detto: “Ora sei diventata troppo alta, non ti posso più portare in vespa davanti in piedi!”. Mia mamma strabuzza gli occhi e mi dice:

  • Cosa???
  • Quando ero piccola col nonno andavamo in campagna in Vespa. Non lo sapevi?
  • NO

Mia nonna ha negato. Da lì ho capito che lo faceva di nascosto. Diceva a mia nonna che saremmo andati in campagna accompagnati da qualcuno in macchina, ma poi andavamo al garage a prendere la motocicletta e andavamo solo io e lui.

Intorno ai 60 anni aveva preso una sbandata per una vicina di casa. Ogni pomeriggio, dopo il pisolino, l’andava a trovare e a volte portava anche me. Io non avevo capito niente, ma quella signora non mi piaceva per niente, non mi piaceva come guardava mio nonno e da lei non ci andavo volentieri, anche se era sempre gentile, mi dava il succo di frutta da bere. Aveva gli occhiali spessi spessi, di quelli che facevano gli occhi piccoli.

Mio nonno è morto nel 1995, a quasi 71 anni. Penso gli sia piaciuto andarsene così, dopo pochi mesi di malattia, perché non avrebbe accettato di diventare vecchio e dover rinunciare a quella libertà che ha sempre amato.

La vita di mia nonna Antonietta invece è stata caratterizzata dall’ansia. Andava in ansia per qualsiasi cosa, anche banale. Per l’ansia ha avuto solo 3 figli (per il Sud degli anni ’50 era un’anomalia) e già la terza, mia mamma, non la voleva. Per l’ansia si è trasferita a Milano nel 1968, perché i miei zii erano qui e lei non ce la faceva a stare lontana dai figli.

Mia nonna se n’è andata la scorsa estate a 91 anni e di lei avevo raccontato qui sul mio blog la festa per i 90 anni (leggi qui).

I miei nonni materni nel 1993

E la lista delle persone da ricordare anche il 2 novembre si allunga ogni anno, perché la vita è così. È un ciclo che inizia e finisce. A volte quel cerchio si chiude troppo velocemente, a volte va piano e disegna delle sfere bellissime.

Buon 1° novembre!

11 Replies to “Halloween è passato, finalmente possiamo festeggiare i morti”

  1. Anche per mio figlio andare in cimitero a trovare i nonni che non ha mai conosciuto suona un po’ strano. Io invece, anche se ho un ricordo debole di un paio di nonni e di alcuni altri parenti conosciuti poco o per nulla, li vado a salutare comunque volentieri, ma magari NON in questi giorni di “pienone”, preferisco altri periodi dell’anno.

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  2. abito a 400m dal cimitero, lì ci sono i miei genitori e due dei miei tre fratelli, per me il giorno dei morti è ogni volta che passo davanti e, per mancanza di tempo, non tiro dritto, ma mi fermo. Sinceramente preferisco farlo in altri giorni e non oggi, cosa che peraltro faccio anche negli altri cimiteri, dove c’è il resto della famiglia

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  3. A me non è mai piaciuto andare al cimitero il primo novembre (e fortunatamente nemmeno a mia madre). Lo trovo un tantino ipocrita. Soprattutto perché la maggior parte della gente ci va solo quel giorno all’anno, poi più nulla. Per i restanti 364 giorni non hanno mai avuto un lutto in famiglia.
    Comunque so che la strana sono io perché in generale non penso che uno debba per forza andare sulla tomba per ricordare una persona cara defunta. E tu con questo post lo hai ampiamente dimostrato.
    Mchan

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    1. è vero, il cimitero è solo un simbolo
      le persone che fisicamente non ci sono più, sono nei nostri cuori e io preferisco ricordare quello che abbiamo fatto insieme o parlare di loro perché così rimangono ancora un po’ vivi e insieme a noi

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