Ieri ho preso il pullman presto, alle 14.55, e mi sono trovata attorniata dai ragazzi reduci dalla prima prova di maturità: il tema.

Non voglio entrare nel merito di quello di letteratura, su tal Caproni che non avevo mai sentito nominare prima, o meglio, di caproni ne conosco tanti, di Caprotti qualcuno, ma di Caproni proprio nessuno. Mi auguro che chi ha avallato la brillante idea abbia un attacco improvviso di dissenteria, se la merita proprio.

che merda!

Questo è stato l’unanime (e condivisibile) commento alla traccia.

I miei compagni di viaggio si sono divisi tra il saggio breve e la traccia sul progresso tecnologico che tanto mi ha ricordato quella della mia Maturità 1994 che, per gli Istituti Tecnici e lo Scientifico era… sulla tecnologia. Una gran fantasia insomma…

La “leggerezza” dell’informatica. Riflessioni a margine del seguente testo: “È vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza del hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software, si evolvono in modo d’elaborare programmi sempre più complessi. La seconda rivoluzione industriale non si presenta come la prima con immagini schiaccianti quali presse di laminatoi o colate d’acciaio, ma come bits (unità minime) d’un flusso d’informazione che corre sui circuiti sotto forma d’impulsi elettronici. Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso” (I.Calvino, Lezioni americane).

Io avevo fatto il tema di letteratura, fatto insolito per una maturanda di ragioneria! Ma non mi sono mai piaciuti i temi dove avrei dovuto parlare di me, quindi, negli anni, avevo capito che con quelli di letteratura, potevo fare un buon lavoro senza espormi troppo, anzi, senza espormi per niente! Poi, dalla mia, avevo un buon uso della lingua, comprese punteggiatura e sintassi. Quindi, senza errori di questo tipo, mi sarebbe bastato non andare fuori tema.

Quell’anno, nel 1994, il tema di letteratura partiva da una citazione di Manzoni.

Una nazione dove siano in vigore vari idiomi e la quale aspiri ad avere una lingua comune, trova naturalmente in questa varietà un primo e potente ostacolo al suo intervento.

QUI IL TESTO COMPLETO

Rileggendolo ora, lo affronterei in modo completamente diverso, perché non si può più ritenere “il toscano” la lingua comune, perché i nostri confini sono andati oltre quelli della Nazione, ma il riferimento a Manzoni ci riportava indietro di qualche secolo, alla famigerata questione della lingua che a me aveva divertito un sacco. Ricordo ancora che la professoressa Marzocchi aveva dato del folle all’Alessandro perché faceva parlare due contadinotti brianzoli come Renzo e Lucia in perfetto toscano, loro che l’Arno, oltre a non averci mai sciacquato i panni, non l’avevano mai visto. Quindi la sua celeberrima verosimiglianza era andata a farsi friggere sin dalle premesse.

Noi ci siamo trovati Alessandro Manzoni, loro Giorgio Caproni che, a parte la rima, che c’avranno in comune?

P.S. Ma perché i banchi, durante gli scritti di Maturità, vengono messi nei corridoi?

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