Io e Lucia non la vogliamo proprio capire: se il film lo danno nelle sale 13 o 14, significa che non interessano a nessuno. A volte è perché sono film difficili, ma di solito è perché non sono decisamente né dei capolavori, né delle trovate commerciali quantomeno divertenti.

È il caso di The Pills – Sempre meglio che lavorare.

La storia è incentrata su tre ragazzi sulla 30ina che non lavorano e non hanno intenzione di farlo. Non è un film sulla disoccupazione, perché per essere considerato disoccupato, al di là dei calcoli ISTAT, ci deve essere stata almeno un’azione di ricerca di lavoro. Loro no.

Loro a 30 anni vivono come a 12. Senza lavoro, senza responsabilità.

C’è addirittura chi va ad occupare il liceo per sentirsi ancora giovane e chi si vergogna di dire agli amici che lavorare può essere bello e si trasferisce a Milano per farlo. Ma Milano è vista come l’erba tentatrice e gli amici corrono in suo soccorso preoccupatissimi.

C’è una debolezza di fondo secondo me (che non sono una critica, ma una semplice spettatrice): la storia non regge. Non regge perché dei trentenni che non lavorano hanno necessariamente dei contrasti oppure sono così ricchi da non aver bisogno di ulteriori entrate. Ma qui questo aspetto, inevitabile, non è neanche preso in considerazione, anzi, sembra che la famiglia, almeno quella che nel film ha un ruolo, non contesti lo status del ragazzo che ragazzo non è più, sarebbe un uomo anche se va in giro con la canotta e il capellino come il Jovanotti della fine degli anni ’80.

Alla fine, tra canne fatte e non fatte più, io il senso del film non l’ho capito. Non ho capito il messaggio e dove volesse andare a parare.

L’unica cosa che ho capito è perché lo davano nella sala piccola e il motivo per i quale era vuota.

 

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